Palazzo Adriano è uno di quei pochi borghi del sud Italia ad appartenere alla cultura Arbereshe. È stato fondato dalla popolazione albanese, che ha portato con sé usi, religione, costumi e tradizioni arbereshe, e che è riuscita a mantenere ed a tramandare da generazione in generazione.

Qui nel corso dei secoli hanno così convissuto due diverse etnie: quella albanese che professa il rito greco-bizantino, e quella romana che professa il rito latino. Non sempre questa convivenza ha vissuto momenti facili.

Entrambe i riti appartengono alla religione cattolica, infatti, le differenze che si possono scorgere fanno riferimento semplicemente a particolari simbologie riscontrabili all’interno delle celebrazioni liturgiche (rigorosamente celebrate in lingua greca), ed alla diversa sistemazione e disposizione della chiesa, rappresentata in particolare dalla presenza delle Icone e dell’Iconostasi.

Una simbologia molto particolare accompagna le diverse fasi che si susseguono all’interno della celebrazione del Matrimonio.

Lo sposo, con il padre alla propria destra e il parente più prossimo alla propria sinistra, seguito da tutti i parenti e dagli amici, si reca nella casa della futura sposa. Il padre entra da solo e formula alla futura nuora i suoi complimenti nella lingua nazionale, la prende per la mano per condurla in chiesa. Quando gli sposi sono sulla soglia della porta, dalle finestre si getta su di loro il grano, il sale, per testimoniare che si augura loro ogni sorta di bene e di felicità. La suocera attacca con dei nastri all’occhiello dell’abito del futuro genero, piccole ciambelle di pasta fine, spolverate di fior di farina e dà la sua benedizione.

Lo sposo poi si reca in chiesa, la futura sposa lo segue, accompagnati dai parenti e da un folto corteo che cammina al suono di strumenti. Arrivano sulla porta della chiesa, lo sposo fa accomodare la sua futura sposa a destra, il prete va loro incontro accompagnato dal diacono e dal sacrestano che tiene l’incensorio. In questo luogo dà per tre volte la sua benedizione e girando intorno fa sulle loro teste segni di croce. Quando giungono nel fondo della chiesa, si cospargono d’incenso l’un con l’altro, muovono l’incensorio in modo che possa descrivere più opportunamente il segno della croce, il diacono canta in greco, poi viene celebrato l’uffizio degli sponsali. Uno d’oro che tiene nella mano destra, l’altro d’argento che tiene nella sinistra, benedice ancora per tre volte gli sposi, facendo sulla loro testa il segno della croce, poi mette l’anello d’oro nell’indice dello sposo e quello d’argento nell’indice della donna. Il padre o il primo parente, incrociando le braccia, toglie i due anelli dagli indici degli sposi e li passa dall’indice dell’uno a quello dell’altro. Compie questa cerimonia per tre volte, senza proferire parola. Se non c’è il padre il parente più vicino si occupa della cerimonia. Questa è l’emblema della mescolanza della carne e del sangue dell’intimità che deve regnare tra gli sposi. Ancora non è tutto: gli sposi vengono condotti al centro della chiesa dove si trova un tavolo rotondo a forma di altare. Colui che celebra tenendo l’incensorio nella mano, canta un salmo in greco: gli assistenti rispondono con canti a ciascun verso. Il prete prende poi due corone intrecciate con rami di alloro, olivo, rosmarino e con diversi fiori e incorona i due sposi benedicendoli in greco. I testimoni si avvicinano e cambiano le tre corone dalle teste posando alternativamente quella dello sposo sul capo della donna e quella della donna sul capo del marito, sempre incrociando le braccia come quando si scambiano gli anelli. Il prete e i testimoni poi posano un velo bianco sulle due teste sopra le corone, questo velo pende sia a destra che a sinistra degli sposi che si tengono per il mignolo della mano che porta la candela.

Per tutto il tempo che si tengono così per mezzo dei due mignoli della mano destra, unite l’una all’altra, il prete recita per loro parecchie orazioni, poi va a prendere da un altare vicino un piccolo cesto, coperto da un fazzoletto di seta sotto il quale c’è un bicchiere di vino e un pezzo di pane. Il prete rompe il pane in piccoli pezzi e li immerge nel vino e fa mangiare allo sposo tre di questi pezzi di pane spezzato e lo fa bere tre volte nel bicchiere, poi presenta il pane e il vino alla sposa per tre volte, infine spezza il bicchiere lasciandolo cadere a terra, gesto che sta ad indicare, si dice, che bisogna ricordarsi sempre che i beni di questo mondo sono come la fragilità di questo bicchiere e che è sufficiente un semplice urto per distruggerli. Dopo la rottura del bicchiere, il prete, il diacono, gli sposi e tutto il gruppo fanno per tre volte il giro dell’altare, alzato nel mezzo della chiesa per la cerimonia del matrimonio. Ciascuno di loro ha in mano una candela. Presso i Greci e gli Orientali tutto assume un significato, questa processione, come si dice, sta ad indicare l’allegria e la gioia che devono accompagnare il matrimonio. In seguito il prete toglie agli sposi il velo e le corone accompagnando questi gesti con una preghiera che augura agli sposi ogni sorta di prosperità. Questo gesto pone fine alla sacra cerimonia delle nozze. Gli sposi escono dalla chiesa e sono ricondotti a casa con lo stesso corteo che li aveva accompagnati in chiesa. Quando arrivano nella casa dello sposo, i genitori li ricevono cantando in albanese dei canti che esprimono la loro felicità sopraggiunta. La madre dello sposo li ferma sulla soglia della porta e fa gustare loro del miele offerto in un cucchiaio, simbolo della dolcezza del matrimonio che essi devono gustare insieme. Il giorno seguente gli invitati alle nozze portano agli sposi dei doni, seguono poi tre giorni di divertimenti.

Altra celebrazione ricca di simbologie è il Battesimo.

All’inizio della celebrazione il prete, il padrino e la madrina, si collocano vicino alla porta laterale, a sinistra della chiesa dal lato nord, affinché il prete, quando è vicino all’altare abbia il volto girato verso oriente. Là il prete compie degli esorcismi, poi si reca insieme a coloro che l’accompagnano, davanti alla porta principale, successivamente davanti alle altre, rinnovando i suoi esorcismi davanti a ciascuna di esse. Passano poi ai fonti battesimali, dove dopo qualche preghiera viene spogliato completamente il bambino. Quando si tratta di un bambino del popolo, il prete lo tiene diritto e il padrino gli versa dell’acqua sulla testa in grande quantità in modo che tutto il corpo sia bagnato. Viene ancora recitata qualche preghiera, poi il prete e tutto il seguito, girano in processione per tre volte intorno ai fonti battesimali, accogliendo, come loro dicono, quest’anima che entra in seno alla chiesa, alla stessa stregua degli angeli quando ricevono un’anima che entra in paradiso. Quando il bambino che viene battezzato è figlio di un prete o di un uomo importante, viene battezzato per immersione, immergendolo nell’acqua, per non disturbare il bambino si fa in modo che l’acqua sia abbastanza calda. I preti di rito greco-bizantino possono essere sposati.

 

 

 

GLI ABITI TRADIZIONALI DELLE DONNE ARBERESHE

Una delle peculiarità del popolo arbereshe che sicuramente affascina è dato dai caratteristici abiti delle donne greco-albanesi di Palazzo Adriano. Questi abiti, per la loro unicità sono stati descritti da diversi viaggiatori, nel periodo ottocentesco, rimasti affascinati da tali usanze così uniche e particolari.

Fra questi, Auguste De Sayve, nobile francese vissuto tra il 1792 e il 1854, durante il suo viaggio in Sicilia (1820-21) passò da Palazzo Adriano, e così lo raccontò nel Voyage en Sicile fait en 1820 et 1821:

“Ci sono in Sicilia quattro villaggi fondati dagli albanesi e chiamati dai siciliani casali dei greci: Palazzo Adriano, Mezzojuso, Piana e Contessa. Alcuni greci che non volevano più vivere sotto il governo dispotico dei turchi, emigrarono tra il 1482 e il 1483, dopo lo morte di Giorgio Castrista, signore albanese. Essi vennero o cercare un rifugio in Sicilia e si stabilirono in questo contrada. Hanno mantenuto i loro riti, i loro usi di sacerdoti si sono sposati e hanno un seminario a Palermo. Si trova tuttavia nei posti degli abitanti di rito latino che hanno una chiesa del loro culto. Solo le donne sono rimaste fedeli al loro antico costume. Questo è molto diverso da quello delle siciliane e consiste in un collaretto o scialletto molto pieghettato che cade sulle loro spalle, i loro capelli sono legati in uno chiamata “Kaiola” oppure “kesua” e dalla borsa pendono uno o due nastri chiamati “kesue” che scendono fino alla sottogonna. Le maniche delle loro camicie sono così lunghe che esse le rimboccano per legarle dietro. Le dame ricche portano una cintura in argento massiccio traforato, ma ce ne sono poche. Il loro costume ha anche altre diverse particolarità come un grande velo, maniche a sbuffi, frange, ecc. Gli abitanti di queste colonie hanno conservato gli usi della loro antica patria, ma parlano anche il siciliano. Palazzo Adriano è rinomata ancora perché è il luogo dove si produce il miglior lino di Sicilia.”

Si possono notare alcune differenze tra gli abiti delle donne appartenenti ai ceti alti e all’aristocrazia, e quelli portati dalle donne del popolo. Ad esempio le donne aristocratiche indossavano abiti fatti con tessuti pregiati, ricchi di ricami, e solevano portare delle vistose cinture, che a seconda delle occasione potevano avere dei particolari in argento o tutte d’oro. Ma una caratteristica comune a questi abiti è senza dubbio quella di possedere una rara eleganza, che rendeva le donne che li indossavano affascinanti.

Negli anni sono stati riprodotti alcuni abiti, grazie anche alle sapienti abilità della donne di Palazzo Adriano, che ancora oggi si tramandano l’arte del ricamo in oro. Questi abiti si trovano esposti presso i Musei Comunali.